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Data outsourcing/Strategie
Il castello dell'outsourcing, sabbia o roccaforte?
Con il contributo di quattro medie realtà italiane, abbiamo cercato di comprendere l’atteggiamento delle imprese nei confronti di un fenomeno in crescita, ma che stenta ancora a dominare il mondo dei servizi.
Pietro Gabriele
 
14 Luglio 2004

L'outside resourcing, meglio noto come outsourcing, è senza dubbio uno dei temi di cui si è maggiormente discusso negli ultimi anni. Ma qual è l'atteggiamento effettivo delle imprese rispetto a tale tipo di paradigma? Per rispondere a questa domanda, abbiamo voluto tastare il polso del mercato, prendendo in considerazione l'opinione di quattro realtà italiane in merito a questo tipo di servizi, cercando di capire quanto il fenomeno abbia attecchito nel nostro Paese.

Il trend mondiale dell'esternalizzazione dei servizi aziendali è in crescita. C'è da dire, però, che dimensioni e abitudini sono eterogenee e si possono notare differenze marcate a livello regionale. I soli Stati Uniti rappresentano, infatti, circa un terzo dell'intero fatturato mondiale, mentre l'Europa non raggiunge un sesto. Probabilmente, la causa di tale gap va associata in prima battuta alla minore propensione all'investimento It da parte del Vecchio Continente e successivamente alla reticenza (presente in misura minore in Inghilterra e nel Nord Europa) ad affidare a un gestore esterno il sistema informativo.

Sebbene la sua crescita sia abbastanza lenta, il fenomeno si sta affermando anche in Italia ma non è ben chiaro quanto la tendenza sia realmente palpabile o ancora soggetta a diffidenza. In linea generale, comunque, si può dire che nel nostro Paese l'outsourcing abbia coinvolto principalmente il sistema delle medie e grandi imprese private e le strutture della Pubblica amministrazione di taglio alto, con un fatturato che, per Assintel, dovrebbe attestarsi per il 2005 intorno agli 8,5 miliardi di euro (nel 2000 il giro d'affari era stato di 4,5 miliardi).

Il minimo comune denominatore dei motivi che da noi hanno maggiormente frenato questo tipo di investimento va certamente individuato nell'approccio culturale. Alessandro Marin, amministratore delegato di Arthis, la società creata da Accenture insieme al Gruppo Rinascente per la fornitura di servizi di tipo finance outsourcing, ha spiegato come in Italia esista ancora una radicata resistenza al cambiamento in quanto “l'outsourcing porta a un ripensamento dell'organizzazione e questo implica un significativo impatto; c'è inoltre il timore da parte di chi cede un servizio all'esterno di perdere il controllo, di non poter agire su strutture che non sono più proprie ”.

Di fatto, quello che poi si riscontra una volta dato inizio al progetto, è esattamente l'effetto contrario. L'esternalizzazione, normalmente, rappresenta un catalizzatore molto forte verso il cambiamento. In un certo senso, obbliga a definire in modo preciso i protocolli di comunicazione e le tempistiche di erogazione dei servizi, aumentando la capacità di controllo da entrambe le parti. “La forte attenzione ai livelli di servizio e alle performance porta con sé la logica della trasparenza. Operativamente, mai come oggi il cliente ha il controllo di ciò che accade”, ha completato il manager di Arthis, secondo il quale esistono numerose garanzie in termini di sicurezza e certezza di riuscita. L'importante è che il contratto nasca sulle basi di una solida condivisione di intenti, in cui nessuna delle due parti prevarichi l'altra. “Quando si trova un'intesa preliminare - ha concluso Marin - e si condividono valori di fondo, il contratto non potrà che riflettere questa sorta di “carta dei valori”. Quelli che naufragano sono gli accordi mal formulati, nati da rapporti privi della giusta sponsorship da parte del top management ”. 

 
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